4 Uomini e 1/4,2195 di Maratona

Metti 4 amici, una città deliziosa (cit.) e una maratona, ok, non è una maratona, sono 10Km ma non facciamo i pignoli, e si ottiene un weekend di quelli che difficilmente dimentichi.

Certo, i nostri  eroi (sempre i 4 uomini) ne avrebbero di cose da raccontare riguardo queste giornate passate insieme, ma indubbiamente l’elemento centrale di questa 3 giorni è stata la maratona (si, continuerò a chiamarla così per tutto il post, mi riferirò sempre alla 10Km (ndb)).

Non è facile descrivere le emozioni vissute negli istanti precedenti al via, quelli durante l’oretta scarsa di corsa e quelli all’arrivo, ma in queste poche righe ci proverò (rileggendo tutto forse le righe non sono così poche, ma vi assicuro che non vi annoierete leggendo, lo spero, nel caso evitate di dirmelo, grazie).

Ma andiamo con ordine.

Sveglia alle 7 per una colazione da campioni, 250 gr di pasta a testa, ah no, non ce la faremmo in tempo, ci saremmo dovuti alzare almeno alle 6. Passiamo al piano di riserva: un bel paio di fette biscottate con il miele. Altro inconveniente, mancano le fette biscottate! Vabbè, si sopperisce con dei biscotti cannella e zenzero e biscotti con marmellata di fico (figa in sloveno) si, perché come dice il detto “tira più un biscotto di figa che un carro di buoi”.

Ok, ci si lava ci si veste, indossiamo le magliette personalizzate fatte appositamente per la giornata, e probabilmente dureranno solo per quella giornata considerate le pessime stampe, e vai con lo stretching, ma anche no, dobbiamo mettere i chip tra i lacci delle scarpe, poi chi deve mettersi una ginocchiera, anzi due, chi alzarsi i calzettoni perché pare stia andando a giocare a calcetto, chi saltella come una cavalletta senza apparente motivo, e chi invece, inutilmente direi, un po’ di esercizi li riesce a fare, ma sarà l’unico strappato della giornata.

Si scende, freddo polare, umidità che ti entra nelle ossa, nebbia che si taglia a fette (le uniche fette della giornata), gente che inizia già a correre. Nulla ci fa paura e ci incamminiamo verso il via, saranno stati buoni un paio di km, ma ormai non ci ferma più nessuno, siamo carichi!

Tutti carichi
Siamo carichi e sorridenti!

Ci siamo, la gara è già in salita, partiamo praticamente ultimi perché arriviamo tardissimo, ma giusto in tempo.

Andiamo ragazzi! Passiamo sotto lo start tutti insieme fianco a fianco, e poi via! Liberi! Che ognuno faccia la propria gara e che vinca il “meno peggio”.

E da qui in poi inizia la mia personale maratona. Lancio runtastic per monitorare l’andamento e poi perché fa figo condividere i risultati su Facebook.

Sono gasato, inizio ad andare del mio passo, ma c’è tanta, troppa gente che va più lenta da superare, il primo Km è tutto così, più che una corsa sembra uno slalom.

Il pubblico incita tutti i partecipanti, c’è chi urla, chi utilizza fischi, pentole e chi più ne ha più ne metta. incita anche me o magari mi bestemmia contro (chi lo capisce lo sloveno…)  riconoscendomi italiano grazie alla bandiera tricolore stampata sulla maglietta.

Ma io non dovrei sentire tutto ciò, ascolto la musica dal mio smartphone, anzi no, nella confusione iniziale ho dimenticato di farla partire. Direi che dopo un paio di Km posso lanciare la playlist, ma non posso scegliere, perderei tempo, va bene quella che c’è già… Adele, beh, forse non è esattamente la cantante migliore per una corsa sostenuta, se vado a ritmo di musica arrivo dopo 3 ore. Cambio, per forza, prendo il primo album che mi capita: Il greatest hits degli Articolo 31. Non ti caricherà come Eye of the tiger, ma va bene lo stesso. Soprattutto non posso distrarmi, e di distrazioni per strada ce ne sono abbastanza.

Il passo mi sembra buono, mi godo il percorso, manca poco al rifornimento dei 5 Km, voci di corridoio dicono ci siano vaschette di miele, marmellata, banane, succhi di frutta, gatorade, red bull, manca solo cornetto e cappuccino e abbiamo fatto la colazione! Ma le voci sono falsissime, viene offerta solo acqua, presumibilmente piovana, presa da grossi bidoni. L’acqua è a temperatura ambiente, ottima scelta se stessimo in primavera con una bella giornata di sole, ma non quel giorno, l’acqua è ghiacciata, si rischia un’ecatombe, la congestione è dietro l’angolo, quindi giusto un sorso per rendermene conto e poi il resto è solo bevo/sputo finché non si esaurisce l’acqua.

Sono a metà dell’opera, il resto sarà tutto in discesa, adesso conto i km che mancano, non più quelli fatti, tanto ho già in mente la tattica: continuo di questo passo fino al 9° Km e poi si dà tutto negli ultimi 1000 metri, ma come al solito ho fatto i conti senza l’oste, e così già al cartello dell’8° Km (uno dei pochi visibili tenendo un’andatura discretamente sostenuta) inizio ad accusare la fatica. Provo a darmi la carica passando ad ascoltare i Daft Punk ma le gambe non vanno come vorrei.

Il pubblico invece è sempre più numeroso, più carico e ti dà la forza di provare a dare tutto quello che hai!

Ecco, manca solo un Km, ci sono quasi, ora c’è il tappeto blu a terra, significa che siamo in dirittura d’arrivo, vedo il traguardo, non è un miraggio. Faccio gli ultimi metri fiero di me, stanco ma con il sorriso, come fossi un vero maratoneta alle Olimpiadi, ce l’ho fatta, Provo a vedere il mio tempo sul tabellone, per farmi un selfie, manco fossi Usain Bolt, ma arriva troppa gente insieme, non riesco a vedere il mio nome.

Il selfie migliore però lo faccio con la medaglia ricordo al collo insieme ai miei compagni d’avventura meno uno, che arriverà dopo un bel po’, ma questa è un’altra storia, magari ve la racconterà il diretto interessato.

Selfie maratona -1
Ecco il selfie dei 4 uomini meno uno

Tante emozioni, tantissime! Sarò ripetitivo, ma vedere tutta quella gente intorno che urla e ti incita senza sapere nemmeno chi tu sia è una sensazione bellissima, posso solo immaginare cosa provano i veri atleti durante una gara.

Dopo questa bella avventura abbiamo deciso di allenarci (anche se ad oggi mi pare di capire che ancora nessuno abbia fatto nemmeno 100 metri di allenamento) per fare tante altre gare di 10Km, per migliorare il nostro tempo e magari approfittarne per visitare qualche bella città. E la cronaca sarà sempre qui, su questo blog.

“This is Ljubljanaaaaaa”

ps: il titolo è dedicato a tutti quelli che “ah, ma non è una maratona, sono solo 10 Km”

Al prossimo post…

Giro di mezza boa…

E finalmente eccomi qui, so che mi aspettavate! No? Come? Ah… non sapete nemmeno io chi sia… ah ecco… Beh, comunque:

benvenuti nel mondo delle parentesi 

Avete presente quando arrivate in ritardo ad una festa/cena e sono già tutti li, tutti perfettamente ambientati a chiacchierare tra di loro? Voi entrate e tutti vi guardano. Allora in preda all’imbarazzo cercate di dire qualcosa di simpatico, una frase ad effetto e… attimi di panico:

Che fare? Che dire? Ok cerchiamo di sembrare intelligenti: parliamo di… equazioni differenziali! No, no troppo nerd! L’uomo sulla luna? Naaa… l’acqua su Marte? No è old…

La vita ti passa davanti al rallentatore e… boom la sparate, e…

Attimi di silenzio, qualche faccia disgustata ed è fatta! A quel punto, tutti si rigirano e continuano, a sparlare amabilmente di amici e colleghi ed a questo punto forse anche di te.

Ecco, con questo “late post”, ora io mi sento più o meno così.

Ma ormai è fatta, e visto che abbiamo rotto il ghiaccio e gli indugi con la peggiore entrata che io potessi fare (esattamente come avrei fatto ad una festa/cena qualunque), ora posso continuare a scrivere godendo della piacevole e rassicurante sensazione di non poter peggiorare, ulteriormente, la situazione.

In questo primo post vorrei parlarvi un po’ di noi, del nostro gruppo, dei quattro uomini.

Ok, da dove iniziare, ehm… si, da me! Mi presento, io sono il nerd/spammer del gruppo… Come voi ben saprete, in ogni gruppo che si rispetti ci sono: il bello, l’amicone, l’esuberante, il simpatico, il nerd, quello che appende, etc.. (potete riusare questa frase mettendo le vostre categorie preferite… funziona sempre, insomma, è quel che si dice “una frase originale”).

Dicevo, ecco, io sono il nerd, e, se vi state chiedendo chi ricopra gli altri ruoli, beh questo non posso scriverlo. Come i migliori supereroi tentiamo di mantenere la nostra identità segreta, (vero Ste?). In ogni caso siete liberi di farvi la vostra idea.

Per te, membro del gruppo, si, proprio tu, parlo con te! No, non sei tu il bello! L’ho messo solo per fare scena!.

Io, Stefano, Marco e Nicola (tanto per mantenere l’anonimato) ci siamo conosciuti per caso in una notte estiva di pioggia nella quale…

Ok, non posso farlo! Non posso mentirvi.

Insomma, non pioveva e non era una notte e.. non era estate e, in realtà, non c’è mai neanche stato un vero è proprio momento  memorabile associabile al nostro primo incontro. Anzi, per dirla tutta, non ci siamo nemmeno conosciuti tutti insieme. Insomma, una cosa piuttosto banale.

Io e Nic ci siamo conosciuti perché io ed i miei coinquilini avevamo deciso di adottare un biologo. In realtà volevamo prendere un cucciolo, ma poi per questioni economiche, siccome i cuccioli tendono ad accollarsi e non pagano mai il pigione, abbiamo deciso per una cosa meno impegnativa: Nicola. In realtà questa scelta si è rivelata particolarmente felice e dopo sei mesi eravamo come fratelli, anzi, di più, gemelli… gemelli seimesi!

Nicola era amico di Stefano e Stefano di Marco e Marco di Nicola e (loop) e… insomma visti i forti interessi culturali, politici e filosofici che avevamo in comune (Playstation, partite del Napoli, Keynote etc…) abbiamo iniziato a frequentarci. Non voglio finire in sdolcinatezze ma questi tre individui, oggi come oggi, sono tra le persone a cui tengo di più (lo so un giorno mi venderanno per trenta denari). Ora, dopo più di un anno passato insieme tra appese, FIFA, partite del Napoli, appese, Panini del Doc pub, Monopoli, appese, Asphaltate etc etc (e appese) le nostre strade si sono divise.

(musica drammatica)

Io sono partito per Ljubljana (vergognati e clicca qui se non sai dov’è Ljubljana), ma la nostra amicizia, in qualche modo, non è cambiata. Ok, sul serio, io non vorrei finire questo post con il lieto fine, ma non posso fare altrimenti. Quindi tu, temerario che, nonostante tutto, stai ancora leggendo, se ti senti deluso da questo finale, metti lo stesso like e stay tuned, che magari ci appiccichiamo o chessò, na “maleparola” ci scappa sempre! 😉

Siamo tutti Oronzo FantaCanà

E’ finita l’estate, e si torna alla solita vita, chi va a lavoro, chi riprende lo studio, chi continua il cazzeggio (beati loro), ma poi la fine dell’estate coincide anche con l’inizio di qualcosa: IL CAMPIONATO DI CALCIO.

Si la Juve ruba, il Napoli ci fa intossicare, questo è l’anno buono per la Roma, e così via.

Ma non è questo quello che interessa ad una persona, e questa persona è il giocatore del Fantacalcio!

Fantacalcio

Il vero FantAllenatore quasi desidera la fine delle ferie, vuole un nuovo anno di ansie e di stress, vuole fare l’asta.

Ma non puoi andare sprovveduto all’asta, devi studiare tutta la carriera del nuovo attaccante del Carpi, da quando giocava nei pulcini della “Amadori F.C.”, fino all’ultima stagione nella serie B Uzbeka, quella della consacrazione, 37 gol in 25 partite, roba da far impallidire Messi.

Per non parlare delle abitudini fuori dal campo:

Quel nuovo pseudo-talento sudamericano acquistato dal Chievo non renderà, so da fonti certe, cioè il cugino dell’amico del fratellastro dell’idraulico del suddetto calciatore, che la sera gli piace andare per locali a bere succhi di frutta a banana, non potrà mai segnare nel campionato italiano, ma in sede d’asta voglio fingermi interessato, così da far salire il prezzo e consegnare il pacco a qualche avversario.

E fu così che questo nuovo fenomeno, un tale “Solanho”, te lo aggiudichi per 43 crediti e inizi a bestemmiare in aramaico antico perché con gli stessi soldi avresti preso quell’attaccante stagionato che “tanto va sempre in doppia cifra”.

E l’asta è il momento clou della stagione, quello in cui ogni giocatore, come già detto, vuole fregare l’avversario, non ci sono amicizie che tengano, c’è chi costantemente rilancia all’ultimo istante giusto per far innervosire il rivale, chi fa stancare tutti per un’asta fino a 130 e poi piazza il colpo decisivo quando ormai sono tutti stremati.

Poi c’è chi trova il colpo dell’anno, e mentre tutti si fiondano sul Maradona di turno, paga 1 fantamilione per un attaccante di cui nessuno sa nemmeno le sembianze, ma sarà lo stesso che a fine campionato con 20 gol e 10 assist regalerà la vittoria al fortunato della stagione.

Si, perché per quanto si voglia sbattere la testa, il Fantacalcio è una questione di fortuna, però è anche vero che la fortuna aiuta gli audaci e quindi chi non risica non rosica…ma vi assicuro che di rosicamenti durante un anno fantacalcistico ce ne sono tanti, ma davvero tanti!

Ma…

“Dopotutto, la settimana prossima è un’altra giornata”

È una questione di posizione

Con questo titolo e questa foto state pensando che il blog con l’ingresso di nuovi collaboratori abbia preso una svolta erotica, con richiami al Kamasutra, YouPorn e similari, ma non è così, almeno per il momento. Mi dispiace per chi ci stava credendo ma quello di cui vorrei parlare adesso ha tutt’altro contesto.

Si parla si di posizione, vero, più precisamente di posizione delle braccia e delle mani. Ma non sto qui a rompere con discorsi psicologici sulla correlazione tra come si mettono le braccia e la propria personalità, o il ruolo all’interno di un gruppo, non ne ho conoscenza e non saprei cosa dire.

Prima che cambiate pagina perché non ne potete più di questa suspance vengo al dunque: sto parlando della posizione delle braccia conserte dietro la schiena che tutte e dico TUTTE le persone che superano una certa età utilizzano.

Per chi non l’avesse presente eccone un collage di foto vere scattate sul campo da vero paparazzo:

Anziani che camminano con le braccia conserte dietro la schiena
Anziani che camminano con le braccia conserte dietro la schiena

Da qui in poi ci vorrebbe un Alberto Angela che ci dia spiegazioni sul perché, ma purtroppo non posso permettermi una sua consulenza, e quindi occorre affidarsi all’unico strumento che può dare una risposta a tutto: Yahoo Answers.

E qui ne troviamo di tutti i colori, c’è chi ne dà una motivazione storica e di educazione militare e non, che può avere una certa valenza se si pensa che nel 99% dei casi sono solo i maschi ad avere questa postura, le donne che assumono questa posizione sono una rarità:

“Tenere le mani in tasca non è buona educazione ed era un atteggiamento suscettibile di punizione (leggi militari); inoltre la posizione di riposo implica tenere la gambe allargate e le mani dietro la schiena oppure il piede sinistro (destro) avanti e le mani dietro la schiena. I vecchietti attuali hanno fatto quasi tutti il militare e quella postura è diventata con il tempo un abitudine che per l’appunto sostituisce le mani in tasca (postura vietata, non educata)”

Oppure chi ne da una spiegazione di risparmio energetico senza crederci troppo a dir la verità:

“Secondo me utilizzano meno energia visto che tenendole in avanti o in giù potrebbero muoversi e utilizzare energia (ma forse non è vero)“

Chi semplicemente vuole negare che sia così, forse non vuole ammettere a sé stesso che tempo qualche anno e lo farà anche lui:

“Non è vero.”

Chi prova a darne una motivazione comportamentale e di esperienza, quella di cui non volevo parlare insomma:

“E’ una posizione che indica sicurezza di sé, forse magari le persone anziane, attraverso la loro vita e le esperienze che hanno ricavato da essa, hanno una maggiore sicurezza rispetto alle persone più giovani.”

Poi si può avere la fortuna che risponda anche il futuro ingegnere della Ferrari che si occuperà dello sviluppo della monoposto nella galleria del vento che ci dice:

“Perché, visto che ormai hanno una mobilità e una velocità limitata dalle loro ormai logore ginocchia, con quella posizione sono più aerodinamici quindi tagliando meglio l’aria fanno minore sforzo.”

E poi c’è la risposta più gettonata:

“Gli anziani, con la vecchiaia, tendono ad abbassarsi e a incurvarsi. Mettendo le mani incrociate dietro la schiena distribuiscono meglio il peso del corpo evitando dunque di cadere in avanti.“

Ma la realtà secondo me è un’altra, almeno così la penso io:

“E’ una posizione comodissima!”

E anche se ho 30 anni li invidio per il semplice fatto che possano camminare così senza che nessuno li possa additare come “anziani”, lo sono!

Pensate come può essere confortevole girare in un museo o tra i negozi camminando in questo modo, ne trarreste tanti vantaggi,  tranne che nel fare conquiste con la commessa o il commesso di turno.

Se però tutti quelli che stanno leggendo provassero a passeggiare in questo modo, potremmo ribaltare la situazione e far cadere questo privilegio che spetta solo alle persone di una certa età, e non è giusto. Ognuno deve sentirsi libero di muoversi come meglio crede!

“Perché se io posso camminare così, e voi potete camminare così, tutto il mondo può camminare così!”

Al prossimo post…

Caffè nero, pt4

Chissà cosa pensa una ragazza sola, mentre aspetta la metro, in una città completamente nuova.

Rumore di ferro stridente, porte veloci, passi rumorosi che all’unisono cercano l’uscita.

Rapida e semplice la mente le scivola in fondo allo stomaco, isolandola dal resto del mondo.

Oggi è un giorno nuovo, è finalmente autunno, è finalmente freddo, è finalmente aria che senti scendere nei polmoni, è finalmente calore umano.
Espressione di qualcosa che possiamo solo immaginare, il buio, sarebbe semplicemente la nostra anima se non la colorassimo con i colori che la vita ci mette a disposizione. Essere come siamo dipende solamente da quanto ogni giorno riusciamo a colorarla, aggiungendo un po di giallo qui e un po di rosso li. Ognuno è l’artista della propria vita, il Picasso della propria esistenza, l’imbianchino della propria storia

Il ticchettio preciso e sicuro emesso dalle lancette del suo vecchio swatch era l’unica cosa che teneva Elena ancorata alla realtà.
Erano le otto del mattino ma intorno a lei era tutto gia cosi caotico e rumoroso. Non era abituata a quella pazza e sfrenata movida matuttina. Tutti veloci, con il caffè in una mano e l’aria sicura di chi sa precisamente che direzione prendere. Lei era cresciuta in un paese che a malapena aveva i marciapiedi larghi per poterci camminare, ed ora si trovava immersa nella giungla più caotica del mondo, stordita ma allo stesso tempo affascinata da come tante vite possano coesistere e convivere, creando un gradiente di culture e modi diversi di vedere e vivere la vita.

A sette fermate di metro dal suo appartamento, un grande palazzo dalle grosse vetrate rifletteva gli immobili grattacieli che tutto intorno formavano uno degli skyline piu fotografati al mondo. Lei era nel centro esatto, nel punto dove tutto inizia, nell’istante in cui gli occhi si aprono dopo il sonno profondo, stava per iniziare il suo primo giorno di lavoro.

Respirando profondamente iniziò a camminare.

Anima gemella!!! (??)

Ho trasgredito ad una regola, spesso lo faccio, ok, ma questa volta ne va della “salute” del blog.
Unica regola infatti, e Stefano lo sa bene, è, o forse è meglio dire era:
Non leggere il post dell’altro fino a quando anche il tuo non sarà completo e soprattutto pubblicato on line; per il resto niente regole, restrizioni, ne linee guida su qualche specifico argomento. Totale libertà nell’esprimere ciò che si sente anche a costo di dire cazzate o di “sembrare il fabio volo di stocazzo (cit)”. Questo per preservare l’unica e fondamentale cosa che davvero conta nella scrittura di un blog a due.
L’originalità dei post.
Bene: ore 11 di stamattina, domenica 26 ottobre, (siamo nel 2014 per chi dovesse leggere dal fututo), apro gli occhi e come spesso faccio tiro la mano fuori dalle lenzuola gettandola casualmente sul comodino in cerca del cellulare. Dopo aver buttato per terra cinque o sei cose, tra cui la sveglia e l’oramai inutile telecomando del condizionatore, afferro il cellulare, portale che dirige direttamente alla quarta dimensione, internet!
L’icona di whazzapp mi guardava con aria di sfida, intimandomi ad aprire l’applicazione. Adesso, chi di voi ha l’abitudine di prendere il cellulare appena apre gli occhi sa che, leggere un whazzapp equivale a perdere quella minima possibilità ancora rimasta di farsi altri 5 minuti di sonno. Peché per quanto tu voglia ignorare quello che c’è scritto, il tuo cervello inizierà a mettersi in moto e…addio sonno. Io, pivello quanto basta ho ceduto alla tentazione e alla curiosità di sapere chi di domenica mattina avesse pensato di scrivermi qualcosa.

Stefano C. scrive:
sono ON line!

Si sa a curiosità si aggiunge curiosità e complici il sonno e il tepore delle coperte ho ignorato la regola su detta, leggendo a grandi morsi l’ultimo post di Stefano
Non farò nessun commento a quello che Stefano scrive, il bello di un blog che si chiama This is not the truth è proprio che, quello che noi scriviamo non è LA VERITA assoluta, non ha la presunzione ne di insegnare ne di imporre ma è semplicemente un un punto di vista. Puoi trovarti d’accordo oppure puoi essere contro, ci va bene comunque. Stai sciolt!

Insomma, il post di Stefano è stato una sveglia naturale, il mio cervello si è messo in moto e sono giunto a questa considerazione:

Ci hanno fatto credere all’amore che inizia in tenerà età, ci hanno illuso con l’amore fantastico di un principe per una che si è addormentata in un bosco, o alla faccia innamorata di una tipa che ha attrazione fisica per un tipo con la faccia da leone mostruoso, ci hanno fatto credere all’amore dannato di Dawson perJoy Potter che parliamoci chiaro non se lo cacava di stricio. Ci hanno fatto immaginare che li fuori da qualche parte non troppo lontana anche noi avevamo la nostra bestia o la nostra belle. Ci hanno inculcato l’idea dell’anima gemella, e noi ci abbiamo creduto. Ci hanno detto che l’anima gemella esiste, ma non si sono resi conto, e nemmeno noi abbiamo mai riflettuto a lungo che: Siamo 7 miliardi!!! Mo vogliamo escludere pure i cinesi che per cultura tendono a pigliarsi tra di loro, ma restano pur sempre 6 miliardi di persone.
Quindi, tu che stai leggendo credi davvero che quella/o che hai accanto possa essere la tua anima gemella? Se la risposta è “SI”, credimi sei davvero un ingenuo.
Con questo non voglio dire che è tutto sbagliato, voglio dire che magari se ti rilassi e la smetti di farti seghe mentali su sta cosa dell’anima gemella te la vivi meglio anche se anima gemella non è ne lo sarà mai!

Statevi bene e stay tuned che forse facciamo la radio.

Gli Elettricisti

Mi sono sempre chiesto come mio padre o mio zio avessero imparato a fare tutti quei lavoretti di casa, lavoretti che una moglie spesso pretende e che se non li sai fare, “non sei proprio buono”:

“lo vedi, per colpa tua, dobbiamo chiamare l’elettricista o l’idraulico o il chicchessia e arrefondere 30 euro per la chiamata, 50 per il pezzo, che magari manco bisogna cambiare, o nella peggiore delle ipotesi azzeccare una figura dimmerda perchè la cosa era banale”

“è vist, nun c vulev niente”

che tradotto per i non partenopei vuol dire:

sei un vero inetto, era un lavoro semplice che poteva essere svolto anche un bambino.

Insomma, come si imparano a fare i cosiddetti lavoretti di casa? Io forse stasera ho avuto la risposta, e mo vi spiego.

Immaginate che alle ore 23.15, uno dei vostri coinquilini si è chiavato in testa che, secondo delle dinamiche strane e delle leggi di ottica e fisica della luce, che probabilmente solo lui ha studiato, quando si rade al mattino, un lato della faccia gli viene piu facile rispetto all’altro. Lui spiega lo strano fenomeno appellandosi alle suddette leggi ottiche e di fisica quantica che potremmo riassumere nel “Il postulato di DeGregorio”. Quest’ultimo afferma che: dati un rasoio, uno specchio, una finestra grande e un uomo adulto che per forza di cose a prima mattina sta mezzo addormuto davanti al suddetto specchio, se non c’è una lampada che illumina dall’alto lo specchio, la luce non è uniforme, e questo crea i presupposti per la rasatura a mezzafaccia (cosi ribattezzata da me).

Il coinquilino scienziato quindi (sempre alle 23.15, di una sera in cui tu vorresti addormentarti un po prima rispetto al solito) raduna un team di “esperti” composto, dal coinquilino ingegnere e da te (ovviamente).
Il capo elettricista in modo subdolo ti assume nel team dicendo:

“Tu hai la lampada di emergenza, ya, vieni a fare luce”

Il progetto in cui il team sarà impegnato è: la sostituzione dell’alloggiamento lampada, che per quelli un po meno pratici e napoletani, vuol dire togliere il “turzo” vecchio e mettere il nuovo, “azzeppare” la lampadina e vedere se funziona.
Detta cosi sembra banale, ma provatelo a fare in una casa con l’impianto elettrico del 1750…qui nulla è banale!

Tralasciando il fatto che il direttore dei lavori (sempre lui, il capo elettricista), propone come prima cosa di lavorare senza staccare il contatore.

“Guagliu’ è più comodo, cosi almeno vediamo quello che facciamo”

La bizzarra idea ovviamente da noi sottomessi non è stata accettata di buon gusto, anzi è stata proprio rifiutata con un secco e deciso:

“tu e perz a cap!!”

che sempre per i non autoctoni vuol dire: caro coinquilino ma per caso tu al posto del cervello stasera hai un criceto sulla ruota?.

Tralasciando la teoria dei fili comunicanti dell’ingegnere (e questa manco tento di spiegarvela perchè forse nemmeno lui l’ha veramente capita), lui che ad un certo punto si è autonominato vice capo degli elettricisti.

Dopo due ore (tempo effettivo di lavoro), che uno della bticino nello stesso tempo fa l’impianto elettrico di una stanza partendo da 0.

La domanda del team al capo elettricista è stata:

“Ma hai controllato che la lampadina non sia bruciata?”

3…2…1 rumore di fili rotti, lampadina leggermente scura alla base e faccia con occhi sbarrati del capo elettricista.

In conclusione… se vostra moglie vi scassa le palle perché lo scarico non funziona, se vi dice che non servite perché è un mese che vi sta dicendo di cambiare la lampadina del ripostiglio, se l’idraulico vi mette a figura dimmerda…ricordate, c’è chi sta peggio di voi, perché in ogni casa c’è sempre un coinquilino con le idee bizzarre delle undici di sera…e se credi che a casa tua non ci sia…bhe, mi dispiace dirtelo ma sei tu!

Caffè nero, pt2

La distanza separa ciò che sembra inseparabile, ma ora erano li, uno di fronte all’altra, con le onde negli occhi e i pensieri tremanti, il mondo intorno veloce e ruvido come asfalto, ma li, in quel momento ciò che bastava era potersi guardare, e perdersi nel buio di quel caffè nero ancora caldo.

Solo un anno prima erano due completi sconosciuti; Lei con la sua vita universitaria piena di momenti tutti uguali, esami da passare, libri pesanti come mattoni, giornate in pigiama a ripetere cose che probabilmente in quella giungla fatta di capi, segretarie, colleghi arrivisti, e tailleur alla moda, non sarebbero mai servite. Studiava per passione, Elena, aveva negli occhi il fuoco di chi ha una sfida con se stesso.
Essere meglio del se stesso del giorno prima.

Fin da piccola aveva sempre guardato il mondo con occhi diversi, le piaceva camminare per strada con la sua musica, tendendo il volume alto per annullare i rumori sordi di una città caotica. Pensava che guardare le persone con della buona musica nelle orecchie, le rendeva ai suoi occhi più belle, armoniose e vere. Le piaceva scorgere le parole dal labiale di due passanti, amava guardare una coppia di innamorati talmente stretti l’uno all’altro da sembrare un unico corpo, sentiva sue quelle persone, le sentiva parte di se, come se le conoscesse tutte senza che loro conoscessero lei.

Spesso si rifugiava in quel parco dove da bambina passeggiava con il nonno, stava seduta per ore sotto lo stesso albero dove anni prima quel vecchietto dallo sguardo dolce e uguale al suo, le aveva raccontato della sua giovinezza, della passione per il teatro, per quelle tavole di legno tante volte calpestate, della guerra, della vita semplice di un ragazzo di campagna costretto a crescere troppo in fretta. Se chiudeva gli occhi riusciva a sentire ancora l’odore delle foglie umide, quel giorno in cui lui le aveva raccontato di quella ragazza conosciuta per caso durante uno spettacolo. Aveva scorto il suo sguardo e la sua aria fintamente sicura da una delle quinte buie, il posto in cui tu vedi tutto, ma al tutto tu, resti ancora sconosciuto. L’aveva guardata provare e riprovare una battuta, l’aveva vista piangere e ridere su quel palcoscenico, l’aveva vista crescere e diventare sua.

“Beh…amori d’altri tempi”, pensava, sospirando, Elena.

Caffe’ nero

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Erano da poco passate le venti in quella metropoli affollata e così piena di vite veloci. Il sole basso stava lasciando spazio alla luce fioca dell’imbrunire mentre le nuvole si diradavano facendo intravedere il cielo ancora azzurro.

La strada affollata, veloci passi verso casa, verso qualcuno o qualcosa, il brusio di fondo e la risata rumorosa di un gruppo di amiche uscite senza mariti.

Le vetrine dei bistrò, tavolini rotondi, ordinati e tutti uguali, postazioni pronte ad accogliere e saziare la fame di una città, musica dolce e vino rosso.

Seduti, in fondo, due giovani, due figure esili e armoniose. Lui, ordinato e composto, capelli neri corvino e occhi blu come il mare d’inverno. Lei, avvolta nella sua eleganza e nello scialle di cashmere che le lasciava scoperta una spalla. La luce fioca illuminava appena i due visi, la penombra rendeva quei due corpi intimi e carichi di mistero. Le mani di lui sfioravano delicatamente quel triangolo di pelle lasciato scoperto dalla lana generosa, le dita correvano su e giù cercando spazio tra quei fili morbidi.

Si rivedevano finalmente! Erano passati mesi dal loro ultimo incontro, le immagini di quella sera erano ancora vivide, la musica in lontananza, il mare illuminato dallo spicchio di luna ed il rumore assordante dei grilli che d’estate suonano la loro melodia come un’orchestra sinfonica. Si erano detti addio. La distanza separa ciò che sembra inseparabile, ma ora erano li uno di fronte all’altra, con le onde negli occhi e i pensieri tremanti, il mondo intorno veloce e ruvido come asfalto, ma li, in quel momento ciò che bastava era potersi guardare, e perdersi nel buio di quel caffè nero ancora caldo.

Settembre

 

La sera sarà fresca, dopo una giornata di fine estate ancora troppo calda. I tramonti di settembre sono diversi, il colore della luce, il calore dei toni riflessi sulle cose, il cielo rosa che si intervalla con le nuvole, forse domani pioverà.

Tre amici, ore passate a dirsi tutto nel fare nulla, ore a discutere cosa saranno da grandi, sicuri però che da grandi ognuno per gli alti ci sarà ancora. “Forse questo viaggio ti cambierà o forse no”, dicevano. “Tornerai con un bagaglio più pesante e nella testa ancora due lingue, sarai sicuramente più forte di adesso, e noi saremo qui ad aspettarti.”

Lei…

Lei, da due ore qui e già tutto quanto sembra essere suo.

Lei, caduta nelle loro vite con la naturalezza con cui un frutto maturo cade dall’albero.

Lei, cosi sicura.

Lei, con le sue paure e le sue debolezze.

Lei, cosi diversa, ma così intimamente uguale a loro.

Inizia un nuovo anno, e con esso anche la routine, i libri, i treni persi e i passaggi in auto che quando servono non arrivano mai.

“La sveglia è alle 6 domani, vai a dormire!”

Quello sguardo rapido, lanciato da un vagone all’altro di quel treno troppo rumoroso, il segnale che oggi non si scende alla solita fermata, oggi si va liberi, senza pensieri, mangiando a grandi passi posti nuovi e scoprendo che sapore hanno le cose proibite.

Settembre lascia il passo al freddo, la pioggia ed i cieli grigi, ma nei pomeriggi d’inverno c’è sempre un divano, una coperta ed il calore di anime inconsapevoli. L’odore della legna calda, il rumore del fuoco che arde e la luce unica di un camino che riscalda i piedi ancora un po freddi. In sottofondo la voce di un presentatore  in TV che annuncia il campione del giorno, estraniati da tutto due visi illuminati solo in parte, le mani intrecciate e quel silenzio che parla milioni di lingue.

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