Il primo post non si scorda mai

Rompiamo il ghiaccio. Direi che è il momento giusto considerato il caldo che fa fuori. Ok, dopo questo potrei anche smettere di scrivere sul blog e invece no, sono capatosta e non mi fermo di fronte alla prima battuta banale!!

Eccomi qui, in questa nuova avventura che un po’ mi eccita e un po’ mi spaventa. Mi eccita perché non ho mai avuto un blog, ne’ mio e ne’ in condivisione, ma soprattutto perché i miei compagni di blogviaggio sono i miei amici con i quali ogni scusa è buona per divertirsi e ridere, ma allo stesso tempo mi spaventa perché, ve lo dico chiaramente, quando andavo a scuola la cosa che più odiavo fare erano i temi a traccia libera. Quindi se ad un certo punto non doveste più vedere miei post non preoccupatevi, non sono morto (spero), eventualmente ve ne darebbero notizia Nicola Stefano e Vincenzo a cui a breve darò disposizioni in merito, semplicemente sarei incappato nel più classico del “blocco dello scrittore” (e come me la sto tirando eh).

“Da grandi blog derivano grandi responsabilità”

Al prossimo post…

Panta rei

Hai mai pensato a quante persone entrano ed escono dalla tua vita??

Hai mai pensato a quante escono senza che tu davvero lo voglia, immagina ad un amico che parte, a una persona che muore, ad una casualità che vi fa perdere di vista, allora chiediti…hai davvero il controllo totale sulla tua vita? Oppure è possibile che siamo come quei calzini al 97% di cotone? Quello che voglio dire è che forse non ce ne rendiamo conto ma la nostra vita, o meglio una piccola o media percentuale di essa è gestita da altri, in modo del tutto inconsapevole. E allo stesso modo la vita di questi altri è gestita in parte da altri, e gli altri da altri ancora e così via. Siamo così connessi tra noi che il pensiero di gestire tutta quanta la nostra vita è semplicemente una utopia, una convinzione di cui abbiamo bisogno per essere capaci di credere in noi stessi nei momenti in cui quella vita non la riusciamo a gestire, nei momenti in cui, guardando in faccia alla realtà, ce ne rendiamo conto. Questo accade, ma un attimo dopo, è come se non volessimo più pensarci, lo dimentichiamo, ritorniamo nella nostra errata convinzione che è tutto sotto controllo, tutto gestibile o da gestire, tutto egocentrico nel nostro ego. Quello che non sappiamo è che in quegli attimi di sparuta lucidità dovremmo fermarci, respirare e lasciar passare l’acqua sotto di noi, guardare la bellezza dei rivoli e sentire il rumore che lascia il movimento. Perché in fin dei conti, quello spicchio di imprevedibilità, quella fetta di gestione non nostra di qualcosa di così intimamente nostro, ci sarà per sempre, bisogna tenerlo nella mente, lasciando scorrere l’acqua e vivendo quegli attimi come attimi di noi, decisi da altri.

 

 

Foto coperta da copyright, qualunque utilizzo è vietato.

Fermare i pensieri

La mia stanza è un casino, piu grande di prima, va bene, ma si sa il casino aumenta con il quadrato della grandezza di una stanza o di una abitazione in generale, o forse questo era qualche strampalato teorema con uno di quei nomi un po sopra le righe (matematici ed ingegneri…soprattutto voi ingegneri, non me ne vogliate).
La luce è soffusa, la musica alta, i calzini ovunque e come al solito sono in ritardo, va tutto nella norma.
Scrivo oggi, dopo un po di tempo, in un modo quanto più estemporaneo possibile non perchè io abbia deciso cosi, ma perchè come tutte o quasi tutte le cose che succedono nella mia vita, arrivano cosi, mentre nemmeno ci sto pensando. Questo post è una di quelle.
Scrivo forse perchè, come ha detto qualcuno a me caro, scrivere ferma i pensieri e per un attimo, una manciata di minuti, sei tu, tu, tu ancora tu ed il foglio (in questo caso un foglio fatto di zeri ed uno(i) che il mac mi mette a disposizione).
Fermare i pensieri fa subito pensare a qualcosa di brutto, o almeno per me è stato cosi la prima volta che ho sentito questa espressione.

FERMARE I PENSIERI: all’inizio da la sensazione che se qualcuno è “costretto” fermare i pensieri è perchè sta accadendo qualcosa di brutto, qualcosa da dimenticare e per cui non vale piu la pena formulare pensieri. Ma pensandoci bene, non è cosi, fermare i pensieri è una delle cose più complesse al mondo, si fa fatica a farlo…provate a non pensare a nulla per venti secondi…1, 2, 3, 4, 5…BECCATI, state pensando sicuramente a qualcosa.
Forse come in tutte le cose contrastare è una delle due vie percorribili, ma non per forza la più saggia, spesso conviene armonizzare ed armonizzarsi, quindi in questo caso fermare i pensieri con altri pensieri.
Metterli su un foglio bianco per farli fluire. Scirvere per non pensare, o farlo più forte di prima per scrivere.
Ciao.

Nic.

Caffè nero, pt4

Chissà cosa pensa una ragazza sola, mentre aspetta la metro, in una città completamente nuova.

Rumore di ferro stridente, porte veloci, passi rumorosi che all’unisono cercano l’uscita.

Rapida e semplice la mente le scivola in fondo allo stomaco, isolandola dal resto del mondo.

Oggi è un giorno nuovo, è finalmente autunno, è finalmente freddo, è finalmente aria che senti scendere nei polmoni, è finalmente calore umano.
Espressione di qualcosa che possiamo solo immaginare, il buio, sarebbe semplicemente la nostra anima se non la colorassimo con i colori che la vita ci mette a disposizione. Essere come siamo dipende solamente da quanto ogni giorno riusciamo a colorarla, aggiungendo un po di giallo qui e un po di rosso li. Ognuno è l’artista della propria vita, il Picasso della propria esistenza, l’imbianchino della propria storia

Il ticchettio preciso e sicuro emesso dalle lancette del suo vecchio swatch era l’unica cosa che teneva Elena ancorata alla realtà.
Erano le otto del mattino ma intorno a lei era tutto gia cosi caotico e rumoroso. Non era abituata a quella pazza e sfrenata movida matuttina. Tutti veloci, con il caffè in una mano e l’aria sicura di chi sa precisamente che direzione prendere. Lei era cresciuta in un paese che a malapena aveva i marciapiedi larghi per poterci camminare, ed ora si trovava immersa nella giungla più caotica del mondo, stordita ma allo stesso tempo affascinata da come tante vite possano coesistere e convivere, creando un gradiente di culture e modi diversi di vedere e vivere la vita.

A sette fermate di metro dal suo appartamento, un grande palazzo dalle grosse vetrate rifletteva gli immobili grattacieli che tutto intorno formavano uno degli skyline piu fotografati al mondo. Lei era nel centro esatto, nel punto dove tutto inizia, nell’istante in cui gli occhi si aprono dopo il sonno profondo, stava per iniziare il suo primo giorno di lavoro.

Respirando profondamente iniziò a camminare.

Anima gemella!!! (??)

Ho trasgredito ad una regola, spesso lo faccio, ok, ma questa volta ne va della “salute” del blog.
Unica regola infatti, e Stefano lo sa bene, è, o forse è meglio dire era:
Non leggere il post dell’altro fino a quando anche il tuo non sarà completo e soprattutto pubblicato on line; per il resto niente regole, restrizioni, ne linee guida su qualche specifico argomento. Totale libertà nell’esprimere ciò che si sente anche a costo di dire cazzate o di “sembrare il fabio volo di stocazzo (cit)”. Questo per preservare l’unica e fondamentale cosa che davvero conta nella scrittura di un blog a due.
L’originalità dei post.
Bene: ore 11 di stamattina, domenica 26 ottobre, (siamo nel 2014 per chi dovesse leggere dal fututo), apro gli occhi e come spesso faccio tiro la mano fuori dalle lenzuola gettandola casualmente sul comodino in cerca del cellulare. Dopo aver buttato per terra cinque o sei cose, tra cui la sveglia e l’oramai inutile telecomando del condizionatore, afferro il cellulare, portale che dirige direttamente alla quarta dimensione, internet!
L’icona di whazzapp mi guardava con aria di sfida, intimandomi ad aprire l’applicazione. Adesso, chi di voi ha l’abitudine di prendere il cellulare appena apre gli occhi sa che, leggere un whazzapp equivale a perdere quella minima possibilità ancora rimasta di farsi altri 5 minuti di sonno. Peché per quanto tu voglia ignorare quello che c’è scritto, il tuo cervello inizierà a mettersi in moto e…addio sonno. Io, pivello quanto basta ho ceduto alla tentazione e alla curiosità di sapere chi di domenica mattina avesse pensato di scrivermi qualcosa.

Stefano C. scrive:
sono ON line!

Si sa a curiosità si aggiunge curiosità e complici il sonno e il tepore delle coperte ho ignorato la regola su detta, leggendo a grandi morsi l’ultimo post di Stefano
Non farò nessun commento a quello che Stefano scrive, il bello di un blog che si chiama This is not the truth è proprio che, quello che noi scriviamo non è LA VERITA assoluta, non ha la presunzione ne di insegnare ne di imporre ma è semplicemente un un punto di vista. Puoi trovarti d’accordo oppure puoi essere contro, ci va bene comunque. Stai sciolt!

Insomma, il post di Stefano è stato una sveglia naturale, il mio cervello si è messo in moto e sono giunto a questa considerazione:

Ci hanno fatto credere all’amore che inizia in tenerà età, ci hanno illuso con l’amore fantastico di un principe per una che si è addormentata in un bosco, o alla faccia innamorata di una tipa che ha attrazione fisica per un tipo con la faccia da leone mostruoso, ci hanno fatto credere all’amore dannato di Dawson perJoy Potter che parliamoci chiaro non se lo cacava di stricio. Ci hanno fatto immaginare che li fuori da qualche parte non troppo lontana anche noi avevamo la nostra bestia o la nostra belle. Ci hanno inculcato l’idea dell’anima gemella, e noi ci abbiamo creduto. Ci hanno detto che l’anima gemella esiste, ma non si sono resi conto, e nemmeno noi abbiamo mai riflettuto a lungo che: Siamo 7 miliardi!!! Mo vogliamo escludere pure i cinesi che per cultura tendono a pigliarsi tra di loro, ma restano pur sempre 6 miliardi di persone.
Quindi, tu che stai leggendo credi davvero che quella/o che hai accanto possa essere la tua anima gemella? Se la risposta è “SI”, credimi sei davvero un ingenuo.
Con questo non voglio dire che è tutto sbagliato, voglio dire che magari se ti rilassi e la smetti di farti seghe mentali su sta cosa dell’anima gemella te la vivi meglio anche se anima gemella non è ne lo sarà mai!

Statevi bene e stay tuned che forse facciamo la radio.

Caffè nero, pt 3

Seduti, in fondo, due giovani, due figure esili e armoniose. Lui, ordinato e composto, capelli neri corvino e occhi blu come il mare d’inverno. Lei, avvolta nella sua eleganza e nello scialle di cashmere che le lasciava scoperta una spalla. La luce fioca illuminava appena i due visi, la penombra rendeva quei due corpi intimi e carichi di mistero. Le mani di lui sfioravano delicatamente quel triangolo di pelle lasciato scoperto dalla lana generosa, le dita correvano su e giù cercando spazio tra quei fili morbidi.
Si rivedevano finalmente!

Solo un anno prima erano due completi sconosciuti…

Elena, fin da piccola aveva sempre guardato il mondo con occhi diversi, le piaceva camminare per strada con la sua musica, tendendo il volume alto per annullare i rumori sordi di una città caotica. Pensava che guardare le persone con della buona musica nelle orecchie, le rendeva ai suoi occhi più belle, armoniose e vere. Spesso si rifugiava in quel parco dove da bambina passeggiava con il nonno…Se chiudeva gli occhi riusciva a sentire ancora l’odore delle foglie umide…

Alle 12 ora italiana, un aereo di linea dell’American airlines atterrava a New York.
Dal piccolo finestrino ovale l’alba di una nuova città, gli occhi stanchi ma curiosi di Paolo cercavano di scrutare ogni minimo dettaglio: il verde degli alberi, i tetti delle case, le piccole auto parcheggiate che da li sù sembravano formare un tappeto di alluminio colorato.
Era fresca l’aria a New York quella mattina di metà ottobre, il sole era ancora basso, la luce filtrava dalle grandi vetrate dell’aereoporto e tutto intorno c’erano suoni nuovi.

Il primo respiro che fai in un posto nuovo, ti mette in contatto con esso e per un istante infinitesimamente piccolo, sei un tutt’uno con l’aria che respiri.

Questo pensava Paolo mentre intorno a se il vorticoso girare di persone, lentamente lo svegliava dal torpore del viaggio.
Nelle cuffiette aveva Wild Horses, dei Rolling Stones, era la sua canzone preferita di quel periodo.
Si, perchè era cosi Paolo: mille passioni, nessuna che avesse qualcosa in comune con quella precedente, una curiosità dietro l’altra, un continuo chiedersi cosa ci fosse oltre, una scia di generosa allegria mista alla consapevolezza di essere un forte a metà.

Si definiva un aereoplano di carta, Paolo. Uno di quelli che aveva fatto e rifatto a scuola, durante le noiose ore di religione. Aveva sempre pensato che un aereoplano di carta, ha la fragilità del foglio che lo compone, ma il potenziale per scoprire quello che di nuovo il mondo ha da offrirgli, semplicemente, “volando”.
Adesso guardava quelle strade che lo avrebbero accolto per un anno, guardava i taxi gialli che rapidamente le attraversavano portando via volti nuovi, pensieri e vite, milioni di vite diverse, milioni di occhi che come i suoi, quella mattina avevano visto la magnifica alba di New York.
Lentamente la luce dava il buongiorno ad Elena, illuminava le coperte bianche sgualcite dalla notte, entrava nella stanza prendendo la forma delle cose e proiettando il regolare intervallarsi delle tendine, sul letto e sui suoi piedi.
Dalla sua camera al terzo piano di quel palazzo ricoperto di mattoncini rossi, al centro di Brooklyn, era pronta ad iniziare una nuova giornata.

Gli Elettricisti

Mi sono sempre chiesto come mio padre o mio zio avessero imparato a fare tutti quei lavoretti di casa, lavoretti che una moglie spesso pretende e che se non li sai fare, “non sei proprio buono”:

“lo vedi, per colpa tua, dobbiamo chiamare l’elettricista o l’idraulico o il chicchessia e arrefondere 30 euro per la chiamata, 50 per il pezzo, che magari manco bisogna cambiare, o nella peggiore delle ipotesi azzeccare una figura dimmerda perchè la cosa era banale”

“è vist, nun c vulev niente”

che tradotto per i non partenopei vuol dire:

sei un vero inetto, era un lavoro semplice che poteva essere svolto anche un bambino.

Insomma, come si imparano a fare i cosiddetti lavoretti di casa? Io forse stasera ho avuto la risposta, e mo vi spiego.

Immaginate che alle ore 23.15, uno dei vostri coinquilini si è chiavato in testa che, secondo delle dinamiche strane e delle leggi di ottica e fisica della luce, che probabilmente solo lui ha studiato, quando si rade al mattino, un lato della faccia gli viene piu facile rispetto all’altro. Lui spiega lo strano fenomeno appellandosi alle suddette leggi ottiche e di fisica quantica che potremmo riassumere nel “Il postulato di DeGregorio”. Quest’ultimo afferma che: dati un rasoio, uno specchio, una finestra grande e un uomo adulto che per forza di cose a prima mattina sta mezzo addormuto davanti al suddetto specchio, se non c’è una lampada che illumina dall’alto lo specchio, la luce non è uniforme, e questo crea i presupposti per la rasatura a mezzafaccia (cosi ribattezzata da me).

Il coinquilino scienziato quindi (sempre alle 23.15, di una sera in cui tu vorresti addormentarti un po prima rispetto al solito) raduna un team di “esperti” composto, dal coinquilino ingegnere e da te (ovviamente).
Il capo elettricista in modo subdolo ti assume nel team dicendo:

“Tu hai la lampada di emergenza, ya, vieni a fare luce”

Il progetto in cui il team sarà impegnato è: la sostituzione dell’alloggiamento lampada, che per quelli un po meno pratici e napoletani, vuol dire togliere il “turzo” vecchio e mettere il nuovo, “azzeppare” la lampadina e vedere se funziona.
Detta cosi sembra banale, ma provatelo a fare in una casa con l’impianto elettrico del 1750…qui nulla è banale!

Tralasciando il fatto che il direttore dei lavori (sempre lui, il capo elettricista), propone come prima cosa di lavorare senza staccare il contatore.

“Guagliu’ è più comodo, cosi almeno vediamo quello che facciamo”

La bizzarra idea ovviamente da noi sottomessi non è stata accettata di buon gusto, anzi è stata proprio rifiutata con un secco e deciso:

“tu e perz a cap!!”

che sempre per i non autoctoni vuol dire: caro coinquilino ma per caso tu al posto del cervello stasera hai un criceto sulla ruota?.

Tralasciando la teoria dei fili comunicanti dell’ingegnere (e questa manco tento di spiegarvela perchè forse nemmeno lui l’ha veramente capita), lui che ad un certo punto si è autonominato vice capo degli elettricisti.

Dopo due ore (tempo effettivo di lavoro), che uno della bticino nello stesso tempo fa l’impianto elettrico di una stanza partendo da 0.

La domanda del team al capo elettricista è stata:

“Ma hai controllato che la lampadina non sia bruciata?”

3…2…1 rumore di fili rotti, lampadina leggermente scura alla base e faccia con occhi sbarrati del capo elettricista.

In conclusione… se vostra moglie vi scassa le palle perché lo scarico non funziona, se vi dice che non servite perché è un mese che vi sta dicendo di cambiare la lampadina del ripostiglio, se l’idraulico vi mette a figura dimmerda…ricordate, c’è chi sta peggio di voi, perché in ogni casa c’è sempre un coinquilino con le idee bizzarre delle undici di sera…e se credi che a casa tua non ci sia…bhe, mi dispiace dirtelo ma sei tu!

Caffè nero, pt2

La distanza separa ciò che sembra inseparabile, ma ora erano li, uno di fronte all’altra, con le onde negli occhi e i pensieri tremanti, il mondo intorno veloce e ruvido come asfalto, ma li, in quel momento ciò che bastava era potersi guardare, e perdersi nel buio di quel caffè nero ancora caldo.

Solo un anno prima erano due completi sconosciuti; Lei con la sua vita universitaria piena di momenti tutti uguali, esami da passare, libri pesanti come mattoni, giornate in pigiama a ripetere cose che probabilmente in quella giungla fatta di capi, segretarie, colleghi arrivisti, e tailleur alla moda, non sarebbero mai servite. Studiava per passione, Elena, aveva negli occhi il fuoco di chi ha una sfida con se stesso.
Essere meglio del se stesso del giorno prima.

Fin da piccola aveva sempre guardato il mondo con occhi diversi, le piaceva camminare per strada con la sua musica, tendendo il volume alto per annullare i rumori sordi di una città caotica. Pensava che guardare le persone con della buona musica nelle orecchie, le rendeva ai suoi occhi più belle, armoniose e vere. Le piaceva scorgere le parole dal labiale di due passanti, amava guardare una coppia di innamorati talmente stretti l’uno all’altro da sembrare un unico corpo, sentiva sue quelle persone, le sentiva parte di se, come se le conoscesse tutte senza che loro conoscessero lei.

Spesso si rifugiava in quel parco dove da bambina passeggiava con il nonno, stava seduta per ore sotto lo stesso albero dove anni prima quel vecchietto dallo sguardo dolce e uguale al suo, le aveva raccontato della sua giovinezza, della passione per il teatro, per quelle tavole di legno tante volte calpestate, della guerra, della vita semplice di un ragazzo di campagna costretto a crescere troppo in fretta. Se chiudeva gli occhi riusciva a sentire ancora l’odore delle foglie umide, quel giorno in cui lui le aveva raccontato di quella ragazza conosciuta per caso durante uno spettacolo. Aveva scorto il suo sguardo e la sua aria fintamente sicura da una delle quinte buie, il posto in cui tu vedi tutto, ma al tutto tu, resti ancora sconosciuto. L’aveva guardata provare e riprovare una battuta, l’aveva vista piangere e ridere su quel palcoscenico, l’aveva vista crescere e diventare sua.

“Beh…amori d’altri tempi”, pensava, sospirando, Elena.

Caffe’ nero

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Erano da poco passate le venti in quella metropoli affollata e così piena di vite veloci. Il sole basso stava lasciando spazio alla luce fioca dell’imbrunire mentre le nuvole si diradavano facendo intravedere il cielo ancora azzurro.

La strada affollata, veloci passi verso casa, verso qualcuno o qualcosa, il brusio di fondo e la risata rumorosa di un gruppo di amiche uscite senza mariti.

Le vetrine dei bistrò, tavolini rotondi, ordinati e tutti uguali, postazioni pronte ad accogliere e saziare la fame di una città, musica dolce e vino rosso.

Seduti, in fondo, due giovani, due figure esili e armoniose. Lui, ordinato e composto, capelli neri corvino e occhi blu come il mare d’inverno. Lei, avvolta nella sua eleganza e nello scialle di cashmere che le lasciava scoperta una spalla. La luce fioca illuminava appena i due visi, la penombra rendeva quei due corpi intimi e carichi di mistero. Le mani di lui sfioravano delicatamente quel triangolo di pelle lasciato scoperto dalla lana generosa, le dita correvano su e giù cercando spazio tra quei fili morbidi.

Si rivedevano finalmente! Erano passati mesi dal loro ultimo incontro, le immagini di quella sera erano ancora vivide, la musica in lontananza, il mare illuminato dallo spicchio di luna ed il rumore assordante dei grilli che d’estate suonano la loro melodia come un’orchestra sinfonica. Si erano detti addio. La distanza separa ciò che sembra inseparabile, ma ora erano li uno di fronte all’altra, con le onde negli occhi e i pensieri tremanti, il mondo intorno veloce e ruvido come asfalto, ma li, in quel momento ciò che bastava era potersi guardare, e perdersi nel buio di quel caffè nero ancora caldo.

Settembre

 

La sera sarà fresca, dopo una giornata di fine estate ancora troppo calda. I tramonti di settembre sono diversi, il colore della luce, il calore dei toni riflessi sulle cose, il cielo rosa che si intervalla con le nuvole, forse domani pioverà.

Tre amici, ore passate a dirsi tutto nel fare nulla, ore a discutere cosa saranno da grandi, sicuri però che da grandi ognuno per gli alti ci sarà ancora. “Forse questo viaggio ti cambierà o forse no”, dicevano. “Tornerai con un bagaglio più pesante e nella testa ancora due lingue, sarai sicuramente più forte di adesso, e noi saremo qui ad aspettarti.”

Lei…

Lei, da due ore qui e già tutto quanto sembra essere suo.

Lei, caduta nelle loro vite con la naturalezza con cui un frutto maturo cade dall’albero.

Lei, cosi sicura.

Lei, con le sue paure e le sue debolezze.

Lei, cosi diversa, ma così intimamente uguale a loro.

Inizia un nuovo anno, e con esso anche la routine, i libri, i treni persi e i passaggi in auto che quando servono non arrivano mai.

“La sveglia è alle 6 domani, vai a dormire!”

Quello sguardo rapido, lanciato da un vagone all’altro di quel treno troppo rumoroso, il segnale che oggi non si scende alla solita fermata, oggi si va liberi, senza pensieri, mangiando a grandi passi posti nuovi e scoprendo che sapore hanno le cose proibite.

Settembre lascia il passo al freddo, la pioggia ed i cieli grigi, ma nei pomeriggi d’inverno c’è sempre un divano, una coperta ed il calore di anime inconsapevoli. L’odore della legna calda, il rumore del fuoco che arde e la luce unica di un camino che riscalda i piedi ancora un po freddi. In sottofondo la voce di un presentatore  in TV che annuncia il campione del giorno, estraniati da tutto due visi illuminati solo in parte, le mani intrecciate e quel silenzio che parla milioni di lingue.

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